avevamo pubblicato l’articolo di lucia tozzi, sul tema the new italian design a fine marzo dopo un’ interessante chiaccherata a cena, sabato la giornalista ha scritto un nuovo pezzo su Alias (allegato del manifesto), criticando lo star system intorno a koolhass mi sembra che anche questa volta siano state toccate delle corde sensibili… quindi dopo aver chiesto all’autore il consenso, pubblico qua l’intero pezzo e vi lascio pensare…
La scrittura di Koolhaas è una forma di guerriglia. I suoi testi fulminanti, sospesi tra la formulazione teorica e lo stream of consciousness, sono esercizi muscolari contro il senso comune, soprattutto contro i cliché consolidati negli ambienti intellettuali.
Dopo Delirious New York, il libro-manifesto del 1978 che demoliva lo stereotipo negativo della congestione urbana, Koolhaas ha preso di mira il mito dell’identità dei luoghi, l’opposizione di centro e periferia, i ragionamenti oramai obsoleti di scala e composizione, l’indignazione
puritana nei confronti dell’urbanizzazione cinese e del kitsch dei paesi arabi. «Nel XX secolo l’architettura è scomparsa; abbiamo speso il nostro tempo a leggere al microscopio una nota a piè di pagina sperando che si trasformasse in un romanzo; la nostra preoccupazione per le masse ci ha reso ciechi all’Architettura della Gente». Non solo l’impronta degli architetti sulla società e sulla costruzione dello spazio abitato è in percentuale insignificante, ma spesso i migliori principi, deformati dall’impatto con il mondo reale, producono alcune tra le più gravi “aberrazioni” del paesaggio urbanizzato: l’uso della tecnologia ha contribuito alla diffusione di spazi scadenti, l’ideologia del verde e dell’aria pura ha sancito per contrappasso il trionfo dello sprawl e del consumo di suolo, la preziosa cultura della tutela ha
trasformato i centri storici in trappole per turisti.Koolhaas concentra tutta la propria energia su questi paradossi,mettendo spietatamente a nudo lo snobismo e l’accademismo su cui poggiano infiniti discorsi sull’architettura. Eppure questo atteggiamento ossessivo e al tempo stesso spavaldo, curioso ibrido tra l’azione di un panzer e le movenze di un dandy, invece di generare complessità ha prodotto un’inesauribile fonte di luoghi comuni. In nome di Koolhaas si cantano indifferentemente le lodi del centro commerciale e della favela, dell’auto-organizzazione e della speculazione immobiliare, si saldano nell’orizzonte unico del politically uncorrect la teoria della moltitudine e il dogma neoliberista, si ricicla lo spirito di un postmoderno stantio spacciandolo per pensiero radicale. Anche se la stessa natura elusiva, destrutturata dei suoi scritti contribuisce ad alimentare questo desolante panorama di semplificazioni, Rem Koolhaas è estremamente categorico nel prenderne le distanze. Interpellato in qualità di scrittore al Festarch di Cagliari (a cura di Stefano Boeri e Gianluigi Ricuperati, 29 giugno/2 luglio), ha respinto con implacabile perfidia tutti i tentativi di ricondurre il suo pensiero a una categoria, un asserto, una qualsivoglia forma. Attraverso una sapiente modulazione di presunte amnesie, lapsus, incomprensioni, ha rinnegato il proverbiale cinismo, l’identificazione con gli scrittori postmoderni (ama Kleist e Stendhal) e persino la validità di un concetto chiave come quello di
“città generica” per un paese come l’Italia, straordinario produttore di identità urbane reali e vitali. Se il temibile armamentario retorico di Koolhaas miri effettivamente a difendere la complessità o l’ambiguità del discorso – o entrambe le cose – è difficile stabilirlo, ma una cosa è certa: chiunque provi a manipolarlo si espone a un’altissima probabilità di fare la figura del cretino.

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