the new italian design | cena + articolo alias

the new italian design | cena + articolo alias

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lucia tozzi ha firmato il 10 marzo l’articolo uscito su ALIAS, allegato del manifesto che qui vi riporto con sua autorizzazione. forse alcuni di voi l’hanno gia letto, altri l’hanno sentito citare da stefano boeri in occasione dell’incontro designer+curatori della mostra the new italian design, cmq. sia va letto. e visto che le righe qui sotto han scatenato dibattito si è deciso di far una cena invitando varie e simpatiche persone del mondo design, dai progettisti ai curatori, passando ovviamente per la stampa (nella foto censura x privacy, potete tentare di indovinare i partecipanti). una cena dove si è mostrato quanto l’autoreferenzialismo del nostro mondo sia infinitamente grande ma anche domandoci e cercando di capir quel che in questo momento sta avvenendo. domande con cui nn si può rispondere con un sol bicchiere di vino, ma dove il dialogo ci aiuta l’un l’altro a capir le visioni, le altre prospettive, incontri così a base di sale e vino dovrebbe divenir cosa quotidiana, perchè l’unico strumento utile è il confronto. oggi tra addetti, con la speranza di allargar sempre + il giro di coloro che colgono l’importanza e il valore che ogni progetto può trasmettere…

e qui l’articolo di lucia tozzi

New Italian design
Mai più senza era il titolo di una rubrica di «Cuore», il settimanale di resistenza umana inventato da Michele Serra alla fine degli anni Ottanta: ogni settimana selezionava un oggetto improbabile pubblicizzato su cataloghi cheap come Postalmarket, Euronova, Euroservice, CIA “un po’ di tutto”, o su «Il giornale del termoidraulico». Comparvero in quello spazio il portarotolo Chiappe, la Torcia-conogelato, gli slip magnetici, gli stuzzicadenti aromatizzati da succhiare Pic’aMint, il Naso Portaocchiali, il pulitore per palle da golf, e altre decine di gadget che non avrebbero nulla da invidiare agli zoccoli da riempire con acqua calda Winter Clogs, al Cappuccino al nero di seppia, al giocattolo-radioricevitore per maiali domestici (Toy-communicator), all’acquario bilocale per pesci rossi, alla Lampada-Shampoo, alle posate in plastica decorate con motivi impero DeLuxe o all’anello-spazzolino da denti.
Eppure gli oggetti elencati non potrebbero appartenere a due mondi più diversi: i primi anonime epifanie dello squallore, i secondi prodotti d’autore esposti nel tempio milanese della Triennale per la mostra The New Italian Design. Il paesaggio mobile del nuovo design italiano, curata da Andrea Branzi (20 gennaio-25 aprile 2007).
L’allestimento della mostra – un circuito di nastri trasportatori in stile sushi bar –, il catalogo a fisarmonica, tenuto insieme da un elastico, e l’incipit di ognuno dei testi contenuti al suo interno trasmettono un unico, perentorio messaggio: non si può giudicare il design italiano contemporaneo con l’obsoleto metro modernista.
«Dobbiamo smettere di credere che nel design tutto è già stato definito nel XX secolo: l’economia è cambiata, è cambiata la politica, la tecnologia, e anche le motivazioni al progetto», sostiene Branzi, che all’inesorabile condanna della nuova stagione come «disastro antropologico prodotto dal crollo verticale dell’etica del progetto e dell’estetica delle forme» contrappone la teoria della “modernità debole e diffusa”. Il rigido funzionalismo, la dipendenza dalla grande industria e la militanza assoluta hanno lasciato il posto – secondo Branzi – alla ricerca del reversibile, dell’elastico, al self-brand, e i grandi piani strutturali a una rivoluzione estetica molecolare che parte dal basso, dal domestico, al limite dal futile. Più che un’analisi della situazione del nuovo design italiano questi argomenti finiscono per essere la proiezione dell’ideologia postmoderna di Andrea Branzi: non a caso parole come pulviscolare, diffuso, enzimatico appartengono da sempre al suo lessico teorico. Anche senza imporre l’odioso confronto con l’era dei Castiglioni, e pur riconoscendo la qualità di molti designer, è difficile individuare nel quadro offerto dalla mostra il campo attivo di energie descritto dal suo curatore. Osservando divertiti la lenta processione di vasi, borsette, agendine, pinzette, tazze, pupazzi, biscotti, portachiavi, tutti spiritosi, ingegnosi, trionfo del concept, non si può fare a meno di notare che, rispetto al panorama internazionale, la sperimentazione di nuovi materiali è rarissima, l’attenzione ai temi sociali quasi inesistente, i prezzi dei prodotti già in commercio mediamente molto alti e, cosa più inquietante, la soglia massima di età dei “giovani” selezionati elevata a 45 anni. Scartata l’ipotesi di un’intera generazione di allegri smidollati, viene da pensare che, nonostante il moltiplicarsi di fiere e saloni, il sistema produttivo del design italiano sia in affanno: nessuna Nokia è venuta a colmare il vuoto lasciato dal crollo dell’Olivetti. L’ennesima apologia del Made in Italy sciorinata da Aldo Bonomi suona in questo contesto più sinistra del solito: secondo lui stiamo vivendo le meraviglie di un’economia postfordista in cui le medie imprese, battezzate per l’occasione “stazioni della creatività”, imperniano l’intera produzione sulla base delle complesse esigenze dell’utente-cliente e sulla valorizzazione del lavoro del designer.
Mentre Bonomi narra estasiato la favoletta esopiana del design-ragno che con la sua rete di relazioni annienta felicemente il fordista design-mosca, l’Harvard Business Review ha pubblicato un articolo di Roberto Verganti, docente del Politecnico di Milano, che propone come modello di innovazione vincente un progetto di vent’anni fa, il bollitore con l’uccellino disegnato da Michael Graves per Alessi: alla faccia del postfordismo e del design user-centered, Alessi vende ancora oggi migliaia di esemplari di questo bestseller «a un prezzo cinque volte superiore al bollitore, simile, che offre Target». Zero investimento nella ricerca, massimo profitto: il paradiso degli imprenditori. Non sarà che il vero pericolo per il design proviene dal cinismo postmoderno, invece che dall’etica modernista?