L’agricoltura biologica sbarca nel fashion design: arrivano in Italia jeans e tessuti bio. E giù a parlare di sostenibilità ambientale ed ecologia. Possiamo scommettere che anche i media tadizionali presto presenteranno questa notizia come una vittoria per l’ambiente. Viva i prodotti bio, che fanno bene, rispettano l’ambiente, a morte gli OGM che sono brutti e cattivi.
Sono tutte balle. Posso comprendere le paure (generalmente infondate) per gli alimenti OGM, ma un jeans? L’agricoltura biologica non fa affatto bene all’ambiente: richiede più energia, spazio, acqua. Costa di più, e ruba spazio alle foreste. Potremmo anche chiederci, come mai adesso si devono chiamare naturali e biologici prodotti creati da millenni di selezione artificiale tesa a migliorare il rendimento delle colture?
Non è un parere mio, ma della comunità scientifica internazionale, a partire dall’agronomo Nobel per la pace Norman Bourlag, che da anni propone la coltivazione intensiva come metodo per combattere la deforestazione, a Roberto Vacca che nella sua rubrica, su Newton di marzo, tratta proprio questo tema. Ma nell’era degli allarmismi vince il marketing del bio: i consumatori sono disposti a pagare di più per un un prodotto biologico, molto di più. Qualsiasi cosa significhi “bio”.

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