RIBOLLITA TOSCANA

RIBOLLITA TOSCANA

Milano, sabato 26 novembre 2005
Meteo: neve
Vino: lacrima di Morro d’Alba
Ore 13.30: a pranzo da Giulio Iacchetti
giulio iacchetti by tommaso maggio

Cosa c’è di meglio di una bella chiacchierata a tavola? Nessun registratore o penne, soltanto un buon bicchiere di vino per registrare i pensieri di un sabato pomeriggio milanese. Ironia, una calda ribollita e pensieri sulla situazione design, designer, aziende italia, estero… Un’intervista diversa da quelle a cui siamo abituati perché non è un giornalista a incontrare il personaggio, ma qualcuno dello stesso ambiente, in questo caso un face to face designer designer. Il protagonista, ignaro della mente matrice delle domande + intime, create ad hoc da Matteo Ragni e socio dello studio Aroundesign è Giulio Iacchetti

Ecco le risposte arrivate questa mattina alle ore 6:00…

Chi sei?
Mi chiamo Giulio Iacchetti, sono nato a Castelleone, ridente paese della provincia di Cremona 39 anni fa. Milano mi ha chiamato a sé a metà degli anni ‘90 e attualmente faccio il designer.

Quando eri piccolo che lavoro avresti voluto fare?
Ho sempre pensato che avrei fatto lo scultore. Avevo delle fisse maniacali per alcune sculture come il sarcofago di Ilaria del Carretto di Jacopo della Quercia e la statua equestre di Cangrande della Scala a Verona. Non avendo a disposizione il marmo, scolpivo con quello che potevo: dal fango, alla plastilina, al legno… ripensandoci credo che sin da piccolo cullavo la passione per la creazione di forme tridimensionali e ho sempre subito il fascino dell’effetto plastico dei volumi.

Quando hai capito che avresti fatto il designer?
Ero designer anche quando non sapevo di esserlo. Ho vissuto in questa strana inconsapevolezza sino a quando ho scoperto che tutto ciò che facevo per passione era un lavoro che mi avrebbe consentito di vivere…

Designer si nasce o si diventa?
Designer si diventa, bravi designer si nasce…

Se dovessi scegliere una nuova professione cosa faresti?
Mi piacerebbe vivere in campagna a coltivare la terra e allevare animali, tutto ciò tratteggia la figura del contadino, per me è solo la sintesi assoluta di un luogo/situazione dove gli effetti della tua azione sono diretti ed evidenti, esattamente il contrario di ciò che avviene nel mondo del design dove puoi lavorare un anno intero e non riuscire a finalizzare niente!

Lasceresti il tuo lavoro per amore?
Se amore è accettarsi per quello che si è e si fa, credo di non correre rischi, credo altrettanto che nulla nella vita sia definitivo e anche la passione che mi anima nel compiere questo lavoro un giorno potrebbe esaurirsi… qualsiasi attività è relativa, non ho alcun patema a pensarmi in un’altra dimensione professionale, chi mi conosce sa che sono un relativista nato.

Quando hai conosciuto Matteo? E come mai avete aperto uno studio insieme? Cosa cambieresti del suo modo di lavorare? Ho incontrato Matteo durante un corso universitario dove eravamo entrambi cultori della materia, si parla del 1998… lo studio insieme è nato dall’esigenza di prolungare il più possibile il tempo dedicato al confronto e al progettare insieme. Del suo modo di lavorare cambierei tutto, ho una malcelata vocazione a trasformare chi lavora con me in miei cloni, i migliori e Matteo lo è; è stato l’unico in grado di resistermi e questa sua resistenza passiva è sempre accompagnata da un’evangelica sopportazione del sottoscritto, arricchita da una vena ironica di rara intensità in grado non solo di stemperare le mie perenni arrabbiature, ma di strapparmi anche un sorriso… forse è meglio dire che di lui non cambierei proprio nulla.

Credi nei progetti di gruppo?
Non ci credo molto se si intende una situazione tra progettisti dove è obbligatorio smarrire la propria identità e la propria storia a vantaggio del collettivo, è invece auspicabile in una condizione di lavoro di squadra dove ognuno svolge una mansione propria, comunque il designer è un individualista doc. punto.

Se potessi firmare un progetto insieme a un famoso designer con chi vorresti lavorare?
Paolo Ulian.

E se fosse un personaggio della storia?
Ettore Majorana.

Rapporto design arte moda… un tuo punto di vista personale
L’arte è assoluta e atemporale e si esprime nella realizzazione di opere uniche sempre differenti l’una dall’altra; la moda vive per una stagione ed è permeata da uno spirito artigianale/sartoriale che vorrebbe realizzarsi solo con il pezzo unico (alta moda) e vive con disagio la proliferazione di multipli di capi d’abbigliamento a tiratura industriale; il design è espressione della contemporaneità con una vocazione all’eternità e si esprime al meglio nella realizzazione di opere che, seppur realizzate in un solo esemplare, sono obbligatoriamente vocate alla produzione seriale… in altre parole tre realtà che solo apparentemente hanno qualcosa in comune.

Cosa ti piacerebbe progettare?
In questo momento mi piacerebbe disegnare uno strumento musicale e uno scooter con motore elettrico.

A quale tuo progetto sei più affezionato? Perché? E di quale non vai orgoglioso? Perché?
Non si tratta di un progetto singolo, ma dell’operazione “Design alla Coop” che ha visto il coinvolgimento di 19 designer che hanno disegnato oggetti di uso comune, la gestione del rapporto con Coop, la progettazione dell’evento al Salone del Mobile di Milano del 2005 e il coordinamento di una mostra itinerante che proprio in questi giorni è ospitata in molti supermercati di tutta Italia. Quel progetto mi ha dato occasione di introdurre il concetto di “design democratico” e di lavorare con la nuova leva del design italiano, un gruppo nato con la volontà di dialogare e di costruire qualcosa insieme… direi che ci siamo riusciti. I progetti di cui non vado orgoglioso sono quelli nati sotto la cattiva stella dell’adesione acritica a richieste immotivate della committenza. Per fortuna sono pochi e sono lì a ricordarmi che costa molto dire un ‘no’, ma un rifiuto motivato è un investimento sicuro per la propria professionalità.

Quale progetto di Matteo avresti voluto disegnare?
Mi è estranea questo tipo di invidia, generare un progetto è qualcosa di così personale ed intimo che mi risulta difficile il solo pensare di potermi sostituire al suo creatore, è più giusto dire che ammiro più di un progetto di Matteo, in particolar modo sto pensando alla libreria Joke per Krios Italia: la soluzione strutturale di congiunzione dei piani orizzontali con i distanziali verticali in legno curvato mi ricordano l’azione progettuale di Angelo Mangiarotti: la traduzione della complessità tecnica in un gesto geniale, coerente ed asciutto.

Qual è il consiglio più ricorrente che dai a chi vuole diventare un designer?
Non sono un grande dispensatore di consigli, se è proprio il caso cito Castiglioni “se non sei curioso lascia perdere”.

E’ un luogo comune o le grandi aziende italiane preferiscono davvero i designer stranieri? Se s, perché (secondo te)?
Ho sempre ammirato la capacità di certi capitani d’azienda italiani di cogliere il valore ovunque esso fosse, ricordo Enzo Ferrari che portò alla Ferrari un improbabile pilota di motoslitte canadese come Gilles Villeneuve o Enrico Baleri che per primo riconobbe il talento di Philippe Starck. La fortuna di tanti designer italiani e stranieri è dovuta solo a questo spirito visionario che ha informato l’azione mecenatesca di tante aziende italiane. Tutto si ammanta di una tristezza infinita quando, ormai da qualche anno, da parte delle aziende la ricerca di valore (che per sua natura deve essere assoluta e scevra da tendenze di parte) si trasforma nell’accaparramento di un nome di grido (possibilmente dal nome esotico). Ci sarebbe da ridere di certi progetti generati da designer pescati chissà dove, ma sarebbe un riso amaro perché tutto ciò deprime la possibilità che una nuova generazione di designer italiani possa accedere a posti e situazioni che dovrebbero competere a loro. Non è un discorso sciovinista e nemmeno un vittimismo di maniera, è semplicemente un dato di fatto. Per quel che mi riguarda vado avanti per la mia strada, anche questa moda esterofila, proprio perché effimera come tutte le mode, passerà, e così dopo l’ondata degli spagnoli, poi degli inglesi e per finire dei francesi, forse in Italia ci si ricorderà che esistono dei bravi progettisti italiani.

Il segreto di un prodotto di successo?
Lo sapevo, ma non me lo ricordo più! Se vuoi ti dico il segreto di un prodotto di chiaro insuccesso: cercare di replicare il successo di un prodotto di successo: assicurato l’insuccesso!

Sei felice?
Sono felice di essere infelice (a volte) perché l’insoddisfazione per quello che si è e si fa è un grande stimolo per andare oltre, chi è pago si ferma. Personalmente ho sempre desiderio di provare nuove cose e la mia regola è abbandonare sempre il certo per l’incerto, diciamo allora che sono felicemente inquieto.

A cura & artwork di Tommaso Maggio
(con la complice partecipazione di Matteo Ragni)
ph Matteo Sandi
giulio e matteo
pubblicato su ACTIVA 28 12.05