intervista pubblicata sul trimestrale ACTIVA, 26 giugno 2005 a cura di Liliana Barbara Scanu + Tommaso Maggio
Perché il Ministero della Grafica?
Antonino Benincasa: Cominciamo con un paradosso: tutto quello che noi vediamo dello spazio umano è disegnato. Eppure i nostri stessi clienti non sanno che cos’è la grafica, che cosa fa un grafico: in Italia questa attività non è ignorata, è semplicemente ignota, c’è troppo scollamento tra chi fa e chi fruisce, sempre, ma senza accorgersene. Il Ministero è interessato a dire alla gente che è vitale conoscere questo linguaggio.
Max Grotti: Non può rimanere analfabeta chi usa la grafica per lavoro, chi vende un prodotto o un servizio, o chi per l’occasione deve pubblicare, o promuovere un evento; in generale il Ministero vuole spingere le aziende ad investire nella comunicazione visiva, spiegando perché conviene farlo e come. Il Ministero è un’associazione che crea occasioni di visibilità sulla professione, per mettere nelle condizioni i designer buyer, per esempio, di scegliere come investire i propri soldi.
Lucio Lazzara: Certo non siamo un’associazione di autopromozione: siamo un gruppo di progettisti della comunicazione, che si sono riconosciuti e scelti, per acquisire un certo genere di visibilità all’estero e portare finalmente la grafica italiana nel mondo. Oggi la grafica italiana nel mondo non esiste. Vogliamo sensibilizzare, dire chi siamo e cosa facciamo, quindi anche provocare. Il Ministero è nato per dire, qui in Italia, che gli approcci possibili al mercato in termini di comunicazione sono svariati.
M.G.: Esiste la grafica italiana nel mondo, ma non è riconoscibile.
E’ c’è un problema di rappresentanza e di istituzionalizzazione della professione in Italia, quindi anche di competenze, ruoli, responsabilità, che ostacola anche la nostra riconoscibilità all’estero.
Ecco perché si chiama Ministero…
M.G.: Una forma di ironica polemica. Proprio perché in Italia- lo ribadisco- per i più la grafica non esiste, noi ne abbiamo fatto un Ministero.
Vogliamo essere autorevoli senza sovrapporci all’attività dell’ente istituzionale che già di fatto esiste e che si sta occupando di ritagliare un comparto di mercato istituzionalizzato, e anche per creare una sorta di ordine. Vogliamo un’incisività culturale forte, all’altezza delle responsabilità che, come comunicatori, già ci assumiamo ogni giorno.
Le aziende e il grande pubblico conoscono il mondo della pubblicità, piuttosto che quello della grafica
A.B.: La grafica costruisce identità visive, la pubblicità metafore. Le metafore sono impiegate per diffondere messaggi che non esprimono necessariamente un’identità. La grafica è più silenziosa. Il compito culturale del Ministero è anche questo: dire alle aziende che fare pubblicità è un’altra cosa dal comunicare l’identità dell’azienda e di un prodotto
L.L.: E’ a causa della cultura italiana del prodotto, una sorta di idolatria, che questa differenza non si coglie. In Italia conta solo il prodotto, ma questo ha forti ripercussioni all’estero: a fronte di prodotti di grande qualità, l’immagine dell’azienda italiana non esce mai allo scoperto. E i concorrenti stranieri hanno gioco facile nel presentarsi, farsi riconoscere e vendere.
Ci portate degli esempi concreti di ‘cattiva grafica’?
A.B.: Il ruolo del grafico è strategico: la segnaletica è presente ovunque, e spesso, è scarsamente leggibile. A bordo delle navi traghetto Tirrenia, in caso di incidente, nessuno servendosi della segnaletica interna, sarebbe capace di raggiungere la scialuppa. Le Ferrovie dello Stato stanno ricreando, per così dire, la grafica delle stazioni. I cartelli che ho visto finora sono indecifrabili: la lettera ‘a’ non si distingue dalla lettera ‘o’. Un progettista deve immaginare che, se cambiano i comportamenti, è necessario cambiare anche la segnaletica: alludo al fatto che, se i finestrini del treno non si possono più aprire come un tempo, allora i cartelli devono essere più grandi per potersi leggere dall’interno del treno. Invece i cartelli sono piccoli e i caratteri irriconoscibili. Il compito dei progettisti visivi non è fare disegnini, ma fare pensieri che affrontino problemi e situazioni reali.
Ritorniamo al rapporto che il Ministero, ma più in generale il mondo della grafica in Italia, vuole stabilire con le aziende
M.G.: Prima si parlava di pubblicità. Non è una guerra tra grafica e pubblicità. Sono due professioni differenti. La vera guerra è quella di sempre, sugli investimenti economici. In Italia, dal punto di vista della strategia d’impresa, ancora oggi le aziende pensano che per vendere si debba promuovere, quindi creare un messaggio pubblicitario. Gli investimenti sono tutti indirizzati per avere questo tipo di visibilità. In tutti gli altri paesi invece, l’investimento è molto più bilanciato tra comunicazione del messaggio e costruzione di un’identità di marchio o di prodotto. E’ diverso.
Qualche esempio?
A.B.: Esistono ancora veicoli Fiat che esibiscono il logo anteriore diverso da quello posteriore. Prodotte e vendute in milioni di esemplari…
M.G.: E la nuova campagna pubblicitaria FIAT ha spot più giocosi rispetto al passato, ma dimentica, in termini di comunicazione, il passaggio precedente, e fondamentale: quello della costruzione e del rafforzamento dell’identità aziendale.
A.B.: Il risultato è che noi ci ricordiamo della pubblicità Fiat, ma non riusciamo immediatamente ad associare il marchio Fiat al veicolo promosso nello spot né, in generale, a riconoscere bene l’identità del prodotto in questione.
M.G.: Qualcosa sta cambiando nel mondo dell’impresa. La credibilità del messaggio pubblicitario vacilla, quindi è necessario un sistema di strategie visive che permettano di riconoscere il prodotto e l’identità di chi lo produce, non soltanto il messaggio. Se le aziende italiane vogliono differenziarsi, questa è la strategia di comunicazione che sta premiando le aziende estere.
Si è parlato poc’anzi di responsabilità e competenze rispetto all’identificazione e alla riconoscibilità del grafico: qual è il rapporto con la figura dell’architetto?
M.G.: Il grafico rappresenta un’alternativa alla figura dell’architetto, quando per esempio pensiamo alla segnaletica, alla progettazione del packaging, o di ambiti fieristici, alla creazione di marchi e loghi. Vengono chiamati gli architetti perché la loro appartenenza a un’associazione di categoria tutela in un certo senso il cliente. Ma è un modo effimero di condurre i giochi. Perché un designer dovrebbe essere meno competente di un architetto sulla segnaletica?
M.G.: Perciò l’azione del Ministero deve essere focalizzata a fare cultura grafica all’esterno, a informare il direttore marketing di un’azienda, per esempio, che esistono professionisti competenti, che non sono né architetti né pubblicitari.
Quali iniziative ha in vista il Ministero?
M.G.: Sul fronte interno, una politica di informazione sulle linee guida per gestire le gare, i servizi ai soci, le conferenze mirate. Molto più articolate, sul fronte esterno, le attività di presenza e gestione di occasioni culturali; prima di tutto su riviste non specializzate, e sui quotidiani nazionali, soprattutto negli spazi in cui si parla di impresa; inoltre abbiamo in cantiere occasioni di formazione per gli imprenditori e conferenze mirate.L’attività redazionale sarà un altro canale di diffusione, con la creazione di testi da distribuire su circuito internazionale.
A.B.: Sul fronte estero il Ministero vuole creare occasioni di visibilità, portare casi-studio dove il progetto della comunicazione visiva ha fatto la differenza per l’impresa. Progetti di grafici italiani naturalmente. Così come per il Salone del Mobile di Milano, il Ministero si potrà presentare durante la Design Week londinese con una mostra evento. Così, in futuro, non v’è da escludere che aziende anglosassoni decidano di affidarsi a una sorta di ‘consorzio’ come il nostro, anche se si tratta per ora di un’ipotesi impraticabile, non essendo il Ministero un erogatore di lavoro per i soci, bensì un erogatore di visibilità e cultura, che genererà l’indotto. Almeno questo è lo scopo.
Sul vostro sito appare un articolo sul fenomeno dello stagismo
A.B.:Ci sono aziende e studi per cui decine di stagisti lavorano gratis: per contenere i costi di produzione e tenere inalterati i privilegi, si abbatte il costo della forza lavoro. Il follow up negativo, dal punto di vista economico e sociale, non importa. Lo stagismo ha senso per un brevissimo periodo, e comunque retribuito, non come istituzione permanente di tre-quattro anni. Nessuno, non solo i giovani grafici, dovrebbe lavorare gratis o per poche cento euro al mese.
José Maria Cano:
picame | e-magazine:
Lo spremiagrumi che vorrei... essere:
google chrome | presentazione a fumetti:
unicef | 15 designer ... libro arrivato :-):
phaidon | strategia di comunicazione x la stampa:
I met the Walrus:
melissa shoes + designer:
libri d'estate ...:
art ceram | meneghello paolelli:
giochino del giorno ...:
AAAAAAAAAA™ :